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ELOGIO
DI
UGO FOSCOLO
Breve il viaggio, faticose
le strade, incerto il termine della vita, o cari pellegrini, che soffermaste
cortesi per ascoltare. E ciascheduno nel malagevol cammino tragge suo
carco dove la mente ed il cuore lo sprona, né, per cadere che altri
faccia d'intornogli, si rista dal battere l'ali della speranza lontane,
e monta l'erta studiando il passo. Ben avvertito dalla caduta di quei
sublimi intelletti, che più presero di quella luce divina, che penetra
mirabilmente per tutto il Creato, si fa pensoso, e, secondo a che è
inchinevole sua natura, o sente paga l'ascosa invidia, o si sente compreso
di stupore, o sente quietarsi finalmente l'inimistà, o lo sospinge a
batter palma su palma il generoso dolore di veder scemo di uno, il piccolissimo
numero di coloro, che par che nascano a rattemprare gli infiniti argomenti
dell'umana miseria. E questo avranno fatto quei buoni i quali, porgendo
gli occhi nelle carte, che ci vengono piene delle novelle quotidiane
del Mondo, avranno letto, "Ugo Foscolo è morto". Né questa isoletta,
che ha nome di gentile presso gli estrani, e che ebbe la gloria di vederlo
nascere nel suo grembo, poteva starsi vituperosa. mente infingarda all'annunzio
della morte di lui, il cui rumore, siccome quello della sua vita, farà
rimbombo in ogni loco che sia lieto di civiltà, mentre tutte le Accademie
d'Italia verranno spalancate per laudarlo e per piangerlo, mentre il
fiore della sapienza d'Europa gemerà addormentato per sempre l'uomo
che lasciò l'orme perenni. E in tanta fama di lui ben è immaginar verosimile,
che altri, per dirlo suo, aiuterassi dell'idioma in che egli scrisse
gli alti dettati; altri della stanza lunga ch'ei fece, ed altri quasi
della spoglia mortale, a cui diede il supremo spazio di terra. Ai quali
invidiosi argomenti, non senza invidia anche noi, farem risposta quest'oggi,
col rimemorare piangendo, essere quel glorioso nato fra noi Ma lo spontaneo
commoverci a pubblico duolo non è soltanto debito di riverenza verso
chi qua nascendo, e di qua lontano vivendo, ci onorò; ma se è debito
alcuno nella corrispondenza degli affetti, ne stringe un altro, fatto
più forte per non esser pari le parti. Imperciocché egli, in quei paesi,
i quali parlano un suono e di nomi e di cose magnifico, né per lontananza
di luoghi, né per lunghezza di tempi, né per la soavità della lode,
che cosi dolce giù stilla nelle viscere umane, e via via stempra l'affezione
che per i piccoli oggetti anticamente nudrivano, non mai permise che
si spegnesse l'amore che a questa povera aiuola sì fortemente scaldavalo.
Che anzi la fe'più bella in tanti versi cantandola, e si piacque di
fare attenti a quella gli animi di coloro, i quali maravigliando ascoltavano.
Laonde in quel poema che, sotto i velamenti dell'antico favoleggiare,
lascia trasparire avere per altissimo scopo suo l'ingentilirsi che fece
l'umano genere, ha creduto il magnanimo che mostrerebbe sé diverso al
decoro del subbietto, se prima della convalle di Bellosguardo, fra que'
cipressi ove invitava il Canova al rito delle Grazie, non volgeva alla
Patria lo salutevole cenno.
Salve, Zacinto! All' antenoree
prode,
De santi Lari idei ultimo albergo
E de' miei padri, darò i carmi e l'ossa
E a te i pensier, chè piamente a queste
Dee non favella chi la Patria obblia.
E non
si creda che m'abbia posti questi versi sul labbro una vanitosa vaghezza,
ma piuttosto l'onesta brama che ha l'uomo naturalmente di ripetere qualche
concetto dei grandi pur or caduti, da loro espresso con quei nobili
affetti che sol per morte cessarono di sentire, e più ancora un prepotente
irrefrenabile istinto di espandere quelle calde parole per l'aere di
questa Chiesa, nella quale egli venia giovinetto, inchinando il ginocchio
e la mente ai piedi di questo Altare. E nel loco, che nereggia di questo
feretro, si sarà forse il fanciulletto fermato a meditare la morte,
per ben usar della vita. E qui mi trovo per toccare di questo. Ma gli
occhi arguti che mi cercassero in sembiante, quanta speranza io m'abbia
nell'animo di dir parole che non siano disconvenevoli alla eccellenza
del subbietto, faticherebbero indarno, imperciocché la coscienza dell'esser
poco, ne allontana da presunzione. Laonde, con non ambiziosi ma dimessi
ragionari, faremo prova di riferire: -come Ugo Foscolo col suo poderoso
ingegno, e con quelle tali sue virtù, abbia aiutato la civiltà di un
paese già civilissimo.
-Le quali cose io non disgiungerò raccontando, ma lascierò,
come fecevano in esso, che di compagnia si manifestino.
La natura gli chiuse l'anima immortale in una di
quelle salme, che non potevi incontrare per via, senza sentirti vivamente
stimolato a domandar di colui che ti passava dinanzi. Credo che a molti
qui in Zante si giri ancora per lo pensiero come egli, di tenera età,
arrestasse gli occhi degli altri coll'arditezza della sua fisonomia,
fatta più osservabile dai forti baleni degli occhi cerulei, colla volubilità
delle parole, che egli pronunziava con alto suono, colla rattezza de'
suoi passi, dal che la moltitudine, bieca ne' suoi giudizi, suol quasi
sempre argomentare follia, quasi che desse argomento d'alta saviezza
chi lentamente cammina. Delle due cose che si riconoscono necessarie
per riuscire eccellenti, cioè grandezza d'ingegno, e studio costante,
egli era in sommo grado fornito. E intanto entrare nelle botteghe degli
artefici, al come stare attento, il perché domandare, con tutti che
poteva interloquire, fisonomie e cose tutte guardare, e a ciò fare da
Natura era spinto, chè non ancora egli sapeva dell'usanza di Socrate.
Tutti già conosciamo l'efficacia di quelle prime impressioni, e sappiamo
di che sieno cagione ove sieno molte, e cadute in intelletto molto capace.
Né da altro dipende questo nostro sapere, se non dal numero e dalla
varietà degli oggetti che ci vennero, dalla profondità con cui si stamparono,
dall'ordine con cui si disposero, dalla mira a cui si diressero. E di
buonissima ora in Italia s'accorsero tutti a che era nato, e i primi
maestri lo chiamavano a sé, e Cesarotti, e poscia Monti e il Parini,
i quali lo incoravano, col consiglio e coll'opera, alla cima ultima
di quell'erta tanto scabrosa ai più che, stanchi dell'inutile affaticarsi,
si giacciono di qua dal segno. Su via, gli avranno detto, giovane fortunato;
fanne tu fede essere quei vostri spiriti, brage coperte di cenere, che
non han d'uopo che d'una mano che le sommova, per scintillare e render
fiamma di nuovo. Deh! presso i giovanetti italiani, fanne fede tu, e
gli altri che con te vennero, essere la terra da cui venisti quella
medesima che a noi diede la eterna immagine del bello. Fa presto ad
essere quel che accenni, e 1° Italia ti darà corona, e noi non ti porteremo
invidia, ma ci sarà esorbitante prezzo delle cure che avremo preso di
te. Laonde, al parlare dei generosi, toglieasi. possibilmente al desiderio
dei mille i quali lui volean vedere, lui udir parlare, lui trattare,
mossi dalla rinomanza che di lui correva. Non è da fare le maraviglie
della tragedia, colla quale prima uscì nel mondo, se non in quanto difficilissima
è quella specie di poetare, e l'età, in cui scrisse, insufficiente.
Per il che di leggieri si troverà naturale che allora in Venezia s'alzasse
tanto rumore, ed il giovine fatto segno della pubblica ammirazione.
Ma per tenermi stretto ai soli componimenti che adeguarono il valore
della sua niente, lasciando gli altri che ad altri sarebber laude, dirò.
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