XI
Quae est ista, quae progreditur quasi aurora consurgens
pulchra ut Luna; etc. Cant. Cap. 6.
Chi è costei che muove al par d'
aurora,
Che di rose vestita al mondo sorge,
E di limpide stille i campi irrora;
Si che in vita ogni morta erba risorge?
Bella come la luna che ristora,
Con quel candido suo lume che porge,
Lo squallor della notte, onde si scorge
Tal notturna bellezza che innamora;
Eletta come il Sol, che mentre bea
II Cielo, della terra li deserti
Scalda, avviva, rallegra, anima, crea;
Terribil come esercito che stei
Per battagliar ne' vasti campi aperti,
Minacciando terror—Chi è costei?
XII
SULLO STESSO ARGOMENTO
Chi è costei che muove il piede allegra,
E come il mattutino astro scintilla,
Che perpetua versando eterea stilla
I fiori, e le appassite erbe rintegra?
Bella come la luna onde la negra
Squallida notte e consolata, e brilla
Della luce bellissima tranquilla
Che tutto il taciturno orbe rallegra
Eletta come il Sol che solo incede
Pei deserti del Cielo aerei campi,
E di notte all' orror vita succede;
Terribil come esercito che accampi
Pronto alla pugna ; ognun ne teme, e crede
Che terribil la morte orma vi stampi.
XIII
Veni dilecte mi, egrediamur in agrum, commoremur in
villis etc.
Cant. Cap. 7.
Vieni, diletto mio, scendiamo al campo,
Scendiamo tosto, e abiterem le ville;
Troppo è l' amor di che nell' alma avvampo,
Sicchè anche il viso avvien che ne sfaville.
Dell' aurora novella al roseo lampo
Andrem della rugiada infra le stille
Per li vigneti fioridi; ed al vampo
Del meriggio ci avran l' ombre tranquille.
Alla vigna d'intorno guaterai
Se il bel frutto che attendi è fatto molle,
E di tua propria man lo coglierai.
I freschi fiori, e l' erbe pur mò sorte
Ci saranno di letto in su quel colle;
Sai che forte e l' amor come la morte.
XIV
Anima mia liquefacta est ut dilectus locutus est,
etc.
Cant. Cap. 5
Suon di limpido rivolo che casca
Dalla molle di fresce erbe collina,
Aura che va parlando colla frasca,
Che novella s'aperse e mattutina;
Serenita che dopo la burrasca
Pura in Cielo si spiega ed azzurrina;
Vigile capinera che s'infrasca,
E previene col canto la mattina;
O qualunque altra sia cosa mortale,
Che sull' umana tempra abbia più possa
In confronto alla tua voce non vale.
Poichè quando sentire a me si fece
Tutta l'anima mia tanto fu scossa,
Che nel sentirla il cuor si liquefece.
XV
Fulcite me floribus, stipate me malis quia amore langueo,
etc.
Cant. Cap. 2.
Deh folcetemi intorno di que fiori:
Che più puro, e fragrante hanno l'olezzo
E solo accarezzati da un olezzo
Sul lucicar de' mattutini albori:
E molli ancor de' rugiadosi umori,
Voi di cui il cuore a puntate è avvezzo,
Deh li portate, e sia la rosa in mezzo
Immago di virginei splendori.
Ve' che d' arnor mi langue la pupilla,
Langue la bocca, e il viso tutto, e il core
Nel profondo d'amor mi disfavilla.
Stipatemi di poma; or che vi miro
Tutta l'alma d'amor mi langue; è amore
Tutto quanto ond' io parlo, ond' io respiro.
XVI
Surge Aquilo, et veni Auster... perfla hortum meum,
etc.
Cant. Cap. 4.
Il vol veloce apportator di gelo
Ora Aquilone furibondo acqueta.
Sorga soave sibilo dal cielo,
Che le campagne al mistic' orto allieta.
Piova da lui fecondatore il velo
Della rugiada che tutto disseta,
E da eteree fragranze ad ogni stelo
Col dolce raggio del divo pianeta.
Piovano stille e sieno mattutine,
E serotine sien, chè allora al mondo
Ogni squallor scomparira di spine;
E tolte queste alle create cose,
II mistic' orto apparira fecondo
D' intatti gigli, e di virginee rose.
XVII
AL NOB. SIG. CAVALIERE
PAOLO CONTE MERCATI
AMICO DELL' AUTORE
Lieve fischiar di giovinetta frasca
Che di bel tempio protegge le mura,
Gorgoglio di ruscel che dall' altura
Di collinetta a rinfrescarla casca,
Sembra, che la pensosa anima pasca
Di sacre cose, e che dalla verzura,
E dal ruscello trepido la fura,
E in ciel la porta, onde salute nasca.
E questo loco, ove silenzio ha regno
Forse perchè religion s' aggira,
Fa meditar ogni mortale ingegno.
Sciogli tu dunque il labbro al nuovo tema;
Ch'io non sento, se qui l' occhio rimira,
O ingegno che paventa, o man che trema
XVIII
UN GIOVINE MORIBONDO AL SUO AMICO
Ecco mio dolce amico, apresi l'urna
Che mi deve albergar fra le tenebre,
Gia la bella per me lampa diurna
Si nasconde per sempre alle latebre.
Parvenze omai d' oscurita notturna
Alle pupille mie si fanno crebre
E mi par di veder la taciturna
Sacra schiera intuonar l'inno funebre.
Addio! So che amista mi serberai,
Perocchè nelle care alme sincere
Dura oltre morte e non si estingue mai.
Vieni allor che sarò sopra il feretro
A porgere per me calde preghiere,
E vieni allor che diverrò scheletro.
XIX
Lamenti della Nob. Sig. GIOVANNA MARTINENGO CARRER
nel vedere presso la Chiesa vicina alla sua Gasa alcuni giovani dell'eta
del suo figlio Nicolò di cui poco tempo prima era stata priva
O giovinetti, par simili siate
Al dolce figlio che mi tolse morte!
Ahi, che stando del tempio in su le porte
Voi la doglia materna esacerbate
Or voi leggiadri giovinetti andate
Alla madre che fia che si conforte.
Non cosi il mio; che giacciono di morte
Le reliquie del figlio addormentate.
Ah ben presto avanio la mia speranza!
Com'oggi ei ritornava dalla festa
Col tripudio del canto e della danza.
E or basso in faccia ad ogni madre ho il ciglio,
E a lei mia doglia appar si manifesta,
Che non s'attenta a ragionar del figlio.
XX
IL GIUDIZIO FINALE
(Con rime obbligate)
Sorgon trombe del mondo ai quattro
termini,
Che fanno rimbombar gli spazi eterei,
E fan col squillo che ne' regni aerei
D'un Dio lo sdegno inferocito germini.
Vedi che sbucan dal letto dei vermini
Mille crin rabbuffati e visi cerei
Quasi volendo ai silenzi funerei
Trattenersi, onde il Cielo non li stermini.
Tutto il mondo si fè fornace torrida
Al perpetuo fischiar d' irato fulmine,
Poscia caverna silenziosa ed orrida.
Qua piomban corpi nell'inferno lividi,
La volan corpi nel celeste culmine
D'eterea gioia immortalmente vividi.