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ELOGIO
DI
UGO FOSCOLO
E così, per troppo zelo,
qualche volta falliva lo scopo a cui mirava parlando: e sarà colpa di
quella sua natura bollente ed esercitata a poggiar alto nell'Arte, che
gli fosse difficile assai a chiamarla, in altre cose, a quel mezzo,
ove le nostre virtù hanno in costume di riparare. Nell'amicizia era
ferventissimo, né la poneva sulla lance dell'interesse. Ma ogni pistola
che amico suo riceveva, nonché nelle franche parole che per entro leggeavi,
avea un immagine di lui nella figura che avea lasciata il suo suggello.
Ed era un leone addormentato sulle sue zampe protese innanzi, in atto
di essere preste alle difese. Né rade volte svegliavasi, alzava il capo,
guardava attorno e ruggiva. Quel generoso animale, immagine di quell'altro
a cui la morte fece muto il ruggito, avea per conveniente Epigrafe le
parole, che trovo scritte su quella bara; uditele perché suonano molto;
Est, est; non, non.
Delle quali parole nella
bocca di lui non si può dire, come d'altre si disse, che fossero l'Epigrafe
della vita sulle porte d'un cimitero. Imperciochè chi l'ha udito parlare
ai discepoli, ai Professori, ai Letterati, ai Potenti, e per fino a
Colui, che or dorme sotto la gleba di Sant'Elena, gli fu forza fra sé
ripetere: Est, est; non, non. E, nondimeno, facilissimamente a pietà
si destava alla vista dell'infortunio, e si accendeva di carità, ma
proprio di quella che si leva il vestimento per darlo, pensando poscia
alle parole dell'Ecclesiastico: " Non rigettare la preghiera del tribolato,
e non volger la faccia dal meschinello. Non affliggere il cuore del
meschino; e non differire il soccorso a chi è in angustia; e Dio terrà
conto della buona opera come la pupilla dell'occhio suo". Che se siamo
contenti di aver qui dette queste parole, perché queste une rispondono
alla santità del loco, siamo ancor più contenti in pensare che Ugo Foscolo
lasciò scritto nella notizia di Didimo, che la Bibbia era l'unico libro
che leggeva sempre da capo a fondo. Da qualche tempo egli era preso
da certo fastidio d'ogni cosa, e già la ragione dei medici a noi insegna
che il fegato, in cui prima di morire fu leso, viene affranto dall'animo
che patisce. Ma quel tendere a giustizia e quel cercar sempre di giovar
coll'ingegno, ed anche, se si vuole, quel passionarsi troppo nei mezzi,
deve averlo lasciato sol colla vita.
Che se novella dell'ultime sue parole ne fosse giunta,
forse da quelle apparirebbe manifesto quello ch'io dico, ed io vi parlerei
di quelle, più volentieri di qualunque altra cosa io v'abbia detto fin
qui. Ma di questo tanta certezza nella mente mi suona, volgendo il guardo
alla sua vita, che mi fa entrare in una immaginazione la quale, come
quella che non combatte col verosimile, lasciate che ve la dica. Se
qualcuno di quei fortunati ed egregi, che dalla prima fanciullezza lo
amarono, e gli furono compagni nella via dell'onore e del sapere, de'
quali credo che parecchi mi stieno ascoltando, (e fra i quali già non
fu' io, di che m'accoro per non aver potuto da lui, come essi, o almen
tentato, accendere il mio debole e fioco lume) se qualcuno di loro,
dico, alla novella del suo male si fosse messo per lo sentiero che in
Inghilterra conduce, e, terre e mari, quanto più si poteva rapidamente,
varcando, là fosse giunto, ed abbassato si fosse sul suo letto di morte,
per contemplare quella faccia, fata più macra di quello che glielo avessero
le forti e generose passioni, e' m' è avviso che l'avrebbe udito favellargli
in tal guisa:
Povero amico! Affannoso ti vedo giungere per rivedermi
ma l'affanno è il più fedele seguace di ciascheduno su questa terra,
e la morte, credimi pure, è l'ottima delle cose. Sono giunto, sullo
stremo degli anni cinquantadue, e sono più di quaranta che sento ardere
una fiamma nel petto angusto, che tentò più volte di dilatarsi violentemente.
Se non temessi che in questi istanti mi venisse a turbare l'orgoglio,
direi che questa fosse Giustizia. Fanciullo essendo, mi spingea questa
in Zacinto nelle solitudini delle rive, e dei monti a meditare; mi spinse
questa in Italia, e nella piccola casa mi raccolsi solingo. Spesso mi
trovò l'alba sulle carte di quelli, che vollero colla mente porger soccorso
a' mortali, né le loro sventure, né le ingiustizie del mondo, che in
quelle carte leggevo, mi fe' cadere il coraggio. E poiché, in leggendo,
parevami che questa fiamma si facesse più viva, tutto allegro della
speranza d'esser uno del loro numero, abbandonai la mia solitudine.
M'affacciai all'operoso ed incessante tumulto della vita, e posi mente.
E vidi; oh vidi quello che la bocca della Sapienza gridava: "Le mani
insanguinate dei padri seminarono l'ingiustizia, e ornai la terra non
dà altra messe. " Vidi un conflitto d'interessi, di opinioni, e di spade,
che non ha posa un momento; e le leggi, che contrastavano cogl'interessi
dell'egoismo, e gl'interessi dell'egoismo, che contrastavano colle leggi.
E l'arbitrio delle leggi padre della tirannide; e V arbitrio delle opinioni
padre della licenza, e quindi, -vidi un popolo, che da per tatto ebbe
nome di gentile, che diceva di voler libero il mondo, ed uscì fuori
col ferro, ed il furore del macellarsi diventò per esso una danza. Vidi
un uomo, rapidamente alzato su tutti gli altri, cadere con tale un fragore
da fare che lo ripeta l'eco dei secoli. Me pareva che l'uso della parola
dovesse equilibrare il potere di chi comanda, e le opinioni dì chi obbedisce,
e cominciai ad oprarla, e vidi da una parte i potenti ombrare e turbarsi,
e vidi dall'altra cento meschini, i quali mi si piantarono sulla via
pertinaci, ingordamente affamati e quasi furiosi di lode, e perché duramente
io la negava, m'odiarono sì che tra poco ne rideranno. Vidi la follia,
sotto le apparenze della saviezza, nelle case, nelle vie, nei fori,
nelle Accademie, nei palazzi, nelle capanne; e la sciocchezza presuntuosa,
e la bontà beffeggiata, e la tristizia temuta, e la fortuna adorata,
e la sporca menzogna, e l'ingratitudine, e il tradimendo, e gridai.
Vidi le lettere (le sante lettere) non far altro nei più che cambiare
l'oggetto delle passioni, e intanto i Letterati nutricarle d'inezie
d'impostura, e d'eterni rancori. E da per tutto un subbuglio, una pressa,
un tumulto, una faccenda, una guerra che confonde la mente di chi si
pone a pensare. Guardavo il Sole, questo maggior ministro della natura,
e a quei torrenti di luce che spandea sulle città popolose, e sul deserti
mi pareva che fosse l'immagine della santa Libertade da Dio voluta.
E vidi - ma la voce mi manca per ridir quanto vidi. Ben ti so dire che
tutto quello ch'io vidi, e l'accorarmi, ed il gridare che feci, affrettò
lo estinguersi di questa fiamma che mi divora. Né di questo movo lamento,
chè anzi, avvegnaché mi senta fiacche le braccia, vedimi, amico, che
trovo forza bastante per innalzarle all'Onnipotente, nude come me le
creò, e ringraziarlo di questo istante, e pregarlo che mi sia giudice
mite Queste cose mi pare ch'egli avria dette; ma non crediate, o uomini
che ascoltate, che labbra d'uomo, che or viva, possano pareggiare la
forza di quelle sue, ed in quell'ore, nelle quali poi si sarà suo pensiero
soffermato alle porte d'Eternità, per la quale le parole degli uomini
sono mute. E certo giova sperare, o Signori, che le sue virtù, e l'uso
che fece del suo ingegno, e la riverenza che portò alla Religione, avranno
fatto dimenticare le sue fralezze all'Eterna Bontà, et l'avrano spinto
in fra le braccia
Di Lui, che eterna ciò che
a Lui somiglia.
Abbassa gli occhi su questa
terra, o spirito fortunato, e mira i cittadini starsi dolenti intorno
al vuoto feretro, che ti composero. Sentirono anguste le porte di questa
chiesa, per le quali versaronsi compresi di dolore, a pianger, non già
di te, che sei degno d'invidia, ma di sé stessi, che t'han perduto Mira
questa fronda d'alloro, che certe povere mani hanno spiccato dalla solitaria
muraglia d'una chiesa campestre, nell'ora in cui il Sole, terminando
la sua luminosa carriera, faceva pensare a te. Mirala, et non sorridere
per esser ella fronda caduca, e pensa che, quando eri grave dell'incarco
d'Adamo, l'avesti cara anche tu L' abbiamo posta per onorarti quanto
meglio per noi si poteva, per i tanti obblighi che sentiamo d'averti.
Ma se vuoi colmarne la misura, siimi grazioso col secondarmi una preghiera
che tutti di questo Tempio, giovani e vecchi, poveri e ricchi, nobili
e popolani, letterati ed illetterati, privati e magistrati, laici e
sacerdoti, tutti, con cenni reitirati, e di mani, e di capo, vedo che
mi metton sul labbro. Deh! spirito immortale; per quell'amore che tu
portasti a tutte le eccelse cose, accostati al trono dell'Onnipotente,
gettati colle labbra sullo sgabello de suoi piedi, e, se legge di Paradiso
non toglie il lagrimare, pregalo lagrimando e gridando, di mandare alla
Patria vicina la Libertà.
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