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ELOGIO
DI
UGO FOSCOLO
Chi avrà riguardo al perché
fu fatta quell'Orazione, forse non troverà molto difettuoso che alla
lettura riesca soverchi amento concitata. E già aveva preparato, con
più pacata eloquenza, un corso di lezioni nelle quali era sua mente
di parlar prima della vita d'ogni Scrittore, desumendone il carattere
da suoi scritti, poi dello stato in cui erano le Scienze, e le Lettere,
e le Arti a' suoi tempi; e dei costumi, e della Religione, e degli istituti
politici, e della Filosofia, di tutto in somma, e credo che con tutto
questo tendesse a far risultare se lo scrittore era al di sotto, a livello,
o al di sopra del suo secolo. Se non che per quello stesso motivo che
fu costretto a scrivere contro la sentenza che cacciava la Lingua Latina,
la sua Eloquenza non ebbe più campo la cattedra di Pavia, né per ciò
sentì consumuta ogni cagione dell'adoprarla, chè molti chiedevano a
lui difesa, ed egli difendeva per lo più improvvisando. Un antico rettore
lasciò scritto, che l'Oratore è come un Generale d'armata di cui gl'intendimenti
ed i voleri prendono qualità dal suolo su cui si trova, dagli uomini
a cui comanda, da quelli ch'egli vuol vincere. La qual similitudine
qui ridico perché Ugo Foscolo, improvvisando le sue difese le metteva
in atto e perché ci rammenta essere stato Capitano e poscia Caposquadrone.
Altri si saria forse attristato a questo passo, che
le occasioni abbiano tolto ad Ugo di combattere, e a lui il piacere
di far orrida l'orazione dei sanguinolenti spettacoli della pugna, i
quali in quelle epoche, e per la natura di que' Potenti, e per quella
dei lochi, eran maravigliosi. E certo, ove il correre all'armi non abbia
sola cagione la prepotenza dell'ambizioni, aiutata dalla forza, ma una
giusta ed importante, è bella ed invidiada la gloria che s'asside sulla
bara del prode. Che se altrimenti, non è da mover lamento, chè il mondo
non fu scarso giammai di coloro a cui è unica e suprema Virtù quella
dei corrucci e del sangue. Ben egli, coll'edizione che diede del Montecuccoli,
s'avvisò di far prender spirto novello al coraggio degl'Italiani. Ed
ove l'originale era scemo del suo dettato, Ugo poneva il suo proprio,
imitando le forme, di che è rigido Montecuccoli, sì bellamente che menti
erudite e nello stile e nella Scienza Militare, per notarne le differenze
invano s'assottigliavano. E questo partorì lode molta all'ingegno. Ma
le note, con che accompagnò l'Edizione, molto vantaggio portarono agl'Italiani,
perché le une erano piene di classiche osservazioni sul guerreggiar
degli antichi, le altre rigiravansi per le Arti tenute guerreggiando
da Federico Secondo, e da quell'altro Guerriero dei tempi nostri. Ma
non è che la prima passione della Letteratura non gli ardesse novellamente
nell'animo; e già, chiuso d' assedio in Genova, cantò quella bellissima
Lirica della quale credo non sia altra da porre innanzi, e ben la pareggiano
le altre di quel Libretto, nelle quali però non è alcuna che possa venir
a gara con un poema, del quale ora favellerò, come quello che gli partorì
somma gloria.
Quando una nazione non è ancora incivilita, ed è
selvaggia dell'Arte, il Poeta che non è grande, tale apparirà di leggieri
se natura non gli fu in tutto matrigna. Allora i miracoli dell'Arte
antica non si conoscono, o male, ed egli non ha emuli, di chi tema,
e resta facil signore delle menti, e dei cuori che si commovono ad ogni
cenno che tu faccia sulle cose che sono ad essi care, come fanciulli
che piangendo e ridendo pargoleggiano. Non è uomo che non conosca che
Epoca fosse per le lettere quella in cui Ugo scrisse i Sepolcri; e non
di meno in sulle prime i letterati si tacquero, e non ardirono giudicarli.
Similemente Michelangelo Buonarotti, disdegnando di porre le orme ove
gli antichi poste l'avevano, ruppe il filo del giudicare alla moltitudine
degli artisti, che consiste quasi sempre in confronti. Ma coloro che
erano molto via dentro all'arte (parlo di quella che l'Alighieri volle
sublimemente chiamare quasi nipote di Dio, volendo intendere, parmi,
essere sua figliuola Natura, e a questa l'Arte figliuola), coloro dico,
ed eram pochi, si sentirono presi di maraviglia, e il primo fu Vincenzo
Monti, uno di quei grandi che hanno vergogna di essere circospetti nel
laudare le cose degli altri.
Molti daranno la preferenza all'ultimo episodio nel
quale i primi intendimenti dell'arte sono d'una grande altezza, ed infiniti
sono i personaggi di quella scena, e caldissime le passioni, e differenti
gli atteggiamenti. Ma, forse per la natura degli oggetti ch'egli divisa,
l'esecuzione non è così palpabile come in quell'altro episodio che vendica
il Parini
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Dopo aver detto essere i cimiteri chiusi, ecco che il suo pensiero si
riscalda all'idea che al Parini non fu eretto alcun monumento; gli s'affacciano
alla mente tutti i meriti di Parini. Allora s'accende d'ira e lancia
dardi avvelenati contro i Milanesi. Ma che fa perché il lettore sposi
quell'ira? Dipinge la sepoltura di Parini orrenda al di fuori, perché,
in luogo del sospiro del passeggero, non suona quivi che la querimonia
lunga del gufo che svolazza su per le croci, ed il raspare della smarrita
cagna. La dipinge più orrenda al di dentro, perché giacendo il Parini
in uno dei cimiteri dove si portavano anche i cadaveri dei giustiziati,
il Poeta ce lo mostra (oh vitupero de'Milanesi!) insanguinato dal teschio
d'un malfattore. Finalmente, e questo è l'ultimo artifizio, veruni occhio
mortale non è pio d'un guardo a quella scena, e solamente la luce delle
stelle piove là sopra. E quel mettere un cimitero che chiude le reliquie
di migliaia d'uomini, in faccia ai cieli seminati di stelle, ha gran
virtù di farti entrare in molti pensieri. La figura principale del quadro
è la salma del Parini; e Talia, e il tiglio che mormora, e il capo mozzo
del ladro, e il gufo, e la cagna, e la luce degli astri sono accessori
parte ideali, parte reali, i quali, maestrevolmente mescolati, ti fanno
un'illusione che ti si stampa come la realtà della vita. Precipue qualità
di quel Carme ci sembrano la profondità e l'arditezza, e questa aiuta
quella ed arrivano qualche volta al sublime. E restringe in poco spazio
molte figure, non come fa Omero, ma ome fa Dante, il qual procedere,
se nuocerebbe all'Epica dove si narra, giova alla Lirica dove si canta
rapiti da forte estro che non ha tempo da perdere. Ma sua natura appare
nei transiti, che egli forma frequenti, e i quali trapassano sempre
le idee intermedie lasciandole ai lettori. E li forma, come facevano
i Greci, i Romani, e quegli Italiani che scrivevano nel trecento, di
tenui modificazioni di lingua, e di particelle che acquistano senso
e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo e il luogo. Parla breve
ed assegnato; ed è franco quel uo poetare, toccando con maestria, di
Politica, di Morale, di Arti e di fatti Storici. Loda la virtù degli
uomini, e sferza i loro vizi Ove vede nobiltà ed altezza, ivi corre,
e, per dar lume al nostro secolo, corre ai secoli dimenticati e fa movere,
parlar, operare personaggi, al cui solo nome ti senti compreso di riverenza.
E si compiace dell'entusiasmo poetico che trae il mare e l'inferno alla
vendetta dell'ingiustizia, valendosi della tradizione delle armi d'Achille.
Cerca e vedi, che dir tutto sarebbe lunga fatica, ed a questo luogo
non conveniente. Intanto i molti che stavano taciturni, stor-diti dalla
novità, avvertiti dai pochi, cominciarono ad alzare il rumore sì che
per quei versi non era che una voce in Italia. Videro essi aperta una
nuova strada, e, credendo esser anche per essi, per quella cominciarono
loro cammino, ed imitando l'armonia de'suoi versi, ora austera, ora
sonora, ora mollissima, siccome dentro gliela dettava l'affetto, e le
parole e le frasi, non quelle comuni che son di tutti, ma da lui fatte,
bene appare che a loro posta aiutavansi per istrappare al Poeta l'alto
secreto.
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