ODE
A VENERE
(Con rime obbligate)
Aura diva in su
i zaffiri
Del mar queto i vanni tremula,
In bei teneri deliri
Carolando, ond' esca l'emula
Di natura, che fecondo
E leggiadro farà il mondo.
Esce; e uscendo per incanto
L'onda intorno a lei s'intumida,
E si fa, per darle ammanto,
Nuvoletta azzurra ed umida;
Tal si mostra in su lo stelo
Rosa a cui rugiada è velo.
Tosto ascende in sulla
conca
Sua marina, e tutti gli animi,
Ch'eran usi alla spelonca,
Dal piacer fur quasi esanimi;
Splende l'onda in tutti i fonti,
L'erba infiorasi sui monti,
Mormoni, sospiri, accenti,
E di lagrime un diluvio,
Non son altro in tai momenti,
Che di gioia un dolce effluvio;
L'uno all'altra i baci rende;
L'altra all'un le braccia tende.
Van d'un antro nel ritiro
Il fior vergine ad offendere,
Col dolcissimo martiro,
Di che suolsi ogni alma accendere;
E piacer eterno fiocca
Palle ciglia, dalla bocca.
Scese Giove, or che nell'arca
Dell'obblio fuggì Perfidia,
E amoroso il ciglio inarca,
E non come il trasse Fidia;
E del mar correa le linfe
Co'suoi Numi e le sue Ninfe.
Vede Venere i portenti
Che sorgean al suo bel nascere;
Né più il duolo di lamenti
L alme umane andar a pascere,
E quaggiù, d'amore in pegno,
Tripudiar l'etereo regno
Vede e ride, e 'l riso
ogni alma
Va di gioia eterna a tangere;
Era tal, che data calma
Dell'Averno avrebbe al piangere;
Ogni loco orrendo e tristo
Fronde e fiori a dar fu visto.
Al prolifico sorriso,
Eccitando all' ali il tremito,
Scende Amor dal Paradiso,
E raddoppia all'alme il fremito;
Che sul viso egli ha colori
Di Venerei furori.
Leva il serto, al crin,
di mirto,
E alla madre lo va a porgere,
Poscia vola ovunque, e spirto
Ve'di vita ovunque sorgere,
E de' rai con le scintille
L'aria accende di faville.
Coronati d'amaranti,
Disciogliean il dolce turgido
Labbriciuolo a molli canti,
E il seguian, fendenti il fulgido
Vivid'aere, immensi cori
Di ricciuti allegri amori.
Di piacer nettaree stille
Vedi piover giù dall'etere
Crepitante di faville;
E quegl' inni odi ripetere
Dal bel tremito dell'onde,
Che si rompono alle sponde
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ODE
PER PRIMA MESSA
Disse dall'alto
il Nume
Dell'orbe infra 'l silenzio:
Sia fatto il Sole; ed inondò di lume
Gli spazi interminabili,
Caldo del cenno onnipotente, il Sol.
Qual, da che 'l mondo irradia,
Vide portento mai, che a quello assimile
Di tue parole? I secoli
E l'universo a interrogar, per l'aere
Rapido i slancio a immenso tratto il voi.
Ve' l'orbe; agli occhi intenti
Oh quanti obietti m'offrono
Alti, delle trascorse età, portenti
Che insiem raccolti parlano
Voce di maraviglia al mio pensier!
L'acque alla verga mistica
Là obbedienti in due mura s'aizarono,
E incorati dagli ululi
Di Faraone, in mezzo si spingeano
A mille i fanti, a mille i cavalier.
Poi le improvvise mura
Al furibondo popolo,
Pria di morte, recar la sepoltura,
Mentre al fragore ondisono
Alto intonava i cantici Mosè.
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(mancano)
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Mirande opre, che a nui,
Oltre l'ombre de'secoli,
Cantano la possanza alta di Lui,
Che, ove il pensier non penetra,
In profondo di luce abisso sta.
Sta: ma all'accento mistico
Sciogli, puro Ministro, il labbro fervido,
E dai seggi siderei,
Senza lasciarli, dell' Eterno il Figlio
Nel pane sacrosanto a te verrà.
Oh ! chi del gran mistero,
Il nodo incomprensibile
Fia che sciolga all'attonito pensiero!
Lui, del verso sugli aurei
Vanni, cinto di luce, eternerò.
Ma d'addensate tenebre
Veggo tale oceàn che non ha termini.
Adora, e taci. Tacquersi
Riverenti, e adoraro, anche gli Apostoli,
Quando Cristo se stesso a lor donò.
Tutto il sidereo vano
Ecco repente ascondere
Di luce irrequieta un oceàno;
E incessante uno strepito,
Oual di marea contro gli scogli, uscir.
Schiere infinite angeliche,
Pei deserti del cielo in giù scendeano,
Negli atti rallegrantisi,
E la terra deserta, ove riposano
Que'che a noi di sciagura il varco aprir,
Tutte quante accorrenti,
E dense, popolarono,
E di celeste zelo in faccia ardenti,
Concordi alto narrarono
Quale il Figlio di Dio portento oprò
Per l'uman seme; e fervido
Più sempre e più si propagava un fremito,
E i cieli l'iteravano,
E della tomba per entro i silenzii,
De' primi padri il cenere esultò.
Dunque, Ministro pio,
Sciogli l'accento mistico;
Offri l'umanità di Cristo a Dio,
Per cui Pietade al soglio
Poteo del Sempiterno approssimar;
E non poteo, quand' invidi
I rubelli del ciel di maggior gloria,
Taciti meditavano
D' appressarsi al gran trono e coll'Altissimo
Di fulgore e di possa gareggiar.
Muto per essi è ora
Il tripudio perpetuo;
È muto, e più la luna, e più l'aurora
Non fia più mei che mirino
Sotto i piedi immortali fiammeggiar.
Vide il Signor dei secoli,
Immobile nel trono inaccessibile,
Il reo pensier degli Angeli,
Lo vide appena, e dalle sedi eteree
Rapidissimamente inabissar.
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