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ELOGIO
DI
UGO FOSCOLO
Ma primamente, vi ricorda,
o Uditori, nel primo Canto del Poeta, come Achille corra colla mano
alla spada, e la venga traendo dalla grande vagina per trafiggere Atride?
Vi ricorda, due Canti prima che termini quella sublime Tragedia, come
lo stesso Achille stimola col flagello i cavalli, erto sul carro ove
ha legato 1° ucciso sposo di Andromaca? Colui che credesse avere tali
cose dipinto Omero come laudevoli, ed offerte ad altrui imitazione,
mostrerebbe d'avere la mente come aveva gli occhi il Poeta. Bene ha
voluto dipingere un uomo, che ha sortito dalla natura sentire iroso,
e spinto dalle esterne cagioni a trascorrere in atti, i quali fanno
che s'argomenti ciascuno onde correggere le ree inclinazioni dell'animo;
e a ciò ottenere più efficacemente, non pose innanzi un uomo mediocre,
ma il più valoroso, il più eloquente di quanti avesse l'esercito. Con
simile intenzione a noi pare che Ugo Foscolo abbia dettato l'Ortis.
E ià vedesi un giovino in cui natura pose ogni studio, e le virtù che
egli mostra si stanno pure in suo cuore, e tali si sarian sempre restate,
se il mondo non l'avesse malamente allacciato, ed egli è preda d'una
passione che è tremenda come la Morte, finché di misera in più misera
condizione di continuo cadendo, la sua mente si fa delira, e butta in
terra colle proprie sue mani il carco della vita, dono di Dio, che l'uomo
deve tenere, finché a Colui, che glielo diede, piaccia di richiamarlo.
Infelicissimo giovine! Egli lasciò la sua fine, esempio di terrore da
lagrimarsi, e le sue virtù da imitarsi. Leggeste com'è preso d'amore
per la sua patria, di pietà per il povero, di riverenza per gli uomini
grandi e per i propri genitori, di venerazione per le sacre carte, che
egli legge anche un momento pria di morire, e d'altissima ammirazione
per le bellezze del creato; affetti tutti che Ugo Foscolo aveva nell'animo,
e però caldamente li colorò. Ma è nella Chioma di Berenice ove si legge
quanto studio s'avesse fatto, che è la seconda qualità che abbiamo detto
essere necessaria onde riuscire eccellente. Là pare che molto addentro
egli era nella sapienza Greca e Latina; e Poeti, ed Oratori, ed Istorici
non solamente e' conosceva, ma giudicava. Onde noi non dubitiamo di
porlo vicino all'Abate Conti, come critico; ed è massima lode di tuttadue
quei grandi ingegni, avendo fatto l'uno in assai giovanile età, quello
che facea l'altro per rallegrare la mente dalla severa Scienza, che
gli die diritto di essere mediatore nelle controversie di Newton e di
Leibnizio. E con quel libro aperse alla gioventù italiana nuova strada
allo studio de' Classici, e a sé apparecchiò materia sufficientissima
e strabocchevole, onde aiutare il potentissimo ingegno; lo che notino
coloro che credono l'ingegno bastare a sé senz' altro; credenza la quale,
per essere inimica a quella dei sommi, non può essere che tòrta. E ben
è dritto che quella porti seco naturalmente, che ove le loro scritture
pervengano ad orecchio civile, questo oda, con sua massima noia, gli
errori camminare di pari passo coi suoni. Forse non è vano qui richiamare
a quei che professano erudizione, non come mezzo dì sapienza, ma come
scopo, la beffa che fece ai dotti che prima dotto, non lo dicevano E
l'artificio con cui rispose è affatto simile a quello con cui il gravissimo
Leibnizio persuase quei sapienti di Norimberga, che cercavano la pietra
Filosofale, di ammetterlo alla loro Società; e mise in ischiera una
filatessa di nomi tenebrosi alla mente, ed all'orecchio durissimi. E
anch'egli Ugo sporcò senza misura ogni faccia di quel volume, di nomi
ed opere altrui, fingendo di far questo con arte bella: utilissima e
sublimissima arte in vero, se non che le scema un cotal poco la maestà
il poter fare altrettanto ciascheduno che cercar voglia molti indici
di libri stampati, avvertendo il consiglio di non lasciare quell'ordine,
ma imitare quel Dio rubatore di bovi il quale, perché venisse fallacemente
adormato, studiò i passi stampandoli, nella tornata, retrogradi. A questa
burla, con che accompagnò la vera critica, non fu oso veruno dire ch'ei
dotto non si mostrasse, bensì che fosse ingegno pericoloso, quantunque
quegli eruditi fossero fòri d'ogni pericolo in sulla fine del libro,
ove svela aver ciò fatto per ridersi di tutti loro. Grazie per tanto
a lui giovinetto rendano gli Italiani che egli abbia calcati quei mezzi
onde la vana stupidità s'argomenta di prender l'erta Cattedra della
vera e fruttuosa Sapienza. Della quale, o Signori, egli fu norma quando,
giunto da per tutto il grido del suo valore, fu chiamato in Pavia a
dettare grande Letteratura, e gli ultimi che la professarono erano Villa,
Ceretti e Vincenzo Monti. Con un parlamento sull'Origine e l'Uffizio
della Letteratura, e in compagnia di un amico pericoloso, di che, nell'atto
di mostrarsi, alcuni sogliono compiacersi, voglio dire col nome d uomo
eloquente, montò la Cattedra. So che Demostene temeva sul cominciare;
so che temeva Marco Tullio, e non solamente parlando a favor di Milone
lo mosse a temere la moltitudine armata, ma eziandio alla presenza di
Cesare, per lo Re Deiotaro, lo mosse la troppa solitudine che gli tolse
l'animo, e gli sminuì la veemenza del dire. Se Ugo Foscolo temesse,
nol so; ma se ciò fu, tenne la paura imprigionata nel cuore, chè nullo
indizio gli fu veduto in sembiante, e lieto di onesta baldezza, incominciò.
Era bello a vedere un'aula di sterminata grandezza, tutta piena di genti
d'ogni età, d'ogni grado, d'ogni condizione, starsene silenziose come
se la vita la fosse muta. Bello a mirare quei sapienti togati, i quai
d'età gli eran padri, insieme a due mila alunni starsi intenti al parlatore.
Più bello udire dopo due ore, le grida d'applauso e le palme battenti
della infinita moltitudine, che erompea fuor delle porte e facea delle
strade nuovo teatro d'applauso; ai quali Ugo si togliea lagrimando di
tenerezza, e riducevasi nelle sue stanze, ove giugneano gli ultimi rumori
della folla tumultuante. Questa nostra natura che s'illude sì volentieri,
e che desidera ardentemente che tutti gli uomini facciano a suo rispetto
altrettanto, quantunque abbiano un interesse contrario, quando vede
venire a sé le spontanee acclamazioni di tutto un popolo, non trova
forze da opporre, e si resta fortemente agitata, pagando così un tributo
alla propria fralezza, nell'atto stesso della sua gloria. Ed Ugo che
di fama era vago, né so che fama spregiando si posa ben amare virtù,
s'abbandonava alla gioia colla stessa voluttà con cui creava, né tentava
pur di nasconderla. Che se qualcuno, per essere in lui lo sentire diverso,
aquesto si mostrasse difficile, io gli parlerei in tal guisa. Vedi di
grazia, uom grave, come nell'ora in cui Ugo ha molle il viso di pianto
per lo piacere, il giovinetto che l'ascoltò va passeggiando, e pensa
se è atto all'utile Letteratura; pensa che abbisogna di molto studio;
che deve provvedere con quello ai bisogni della sua Patria; che deve
amare il Vero; che non deve far la parola strumento d adulazione; che
deve rispettare la Morale, la Religione; che deve diventar sempre migliore,
e così l'utilità dello stato civile, e la sua gloria sono una cosa medesima;
a questo pensa, e già s'infiamma il generoso all'arringo che gli mostra
il maestro, e già lo prende colla speranza a rivale. E questo è frutto
della maschia Eloquenza; né, col vero pacatamente annunziato, in quei
casi si viene a nulla. Perché ne' più degli animi s'abbarbica in cupa
latebra la inerzia, la quale dolcemente leva l'attività dell'oprare,
e, per poter quivi penetrare e cacciamela, bisogna colla parola fervente
mettere in moto tutte le nobili passioni. Ed è così che lo squillar
delle trombe, e le sinfonie bellicose addormentano nel cuor del forte
l'istinto della vita, e corre a spenderla. Ma chi ha quella attitudine
all'Eloquenza, porta seco necessariamente che senta in sé ripercossi
gli effetti che in altri produce, che è la cosa che a te, uom grave,
non piace e che natura assolutamente pur vuole.
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