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SULLA
MORTE DI PIO VII
(Con rime obbligate)
Correa luce e infinita
una melode
Dalla parte de cielo ond'ei salia;
Ma da quella onde mosse altro non s'ode
Che di grida lugubri un'armonia
Die pietosa uno sguardo a queste prode
Per lo trono che vaca; or che s'india
E vede un coro e della vista gode
D'ogni santa virtù che lo seguia.
Ma vieni al bacio mio, dicean ripieni
Di dolcezza immortal tre suoni in uno,
E mille voci ripeteano "Vieni"
E l'ebbe e al par di mattutina stella
Brillò, nè v'era infra i Mitrati alcuno
Che mostrasse di rai luce più bella.
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IL
PARADISO
II sole eterno vidi,
ed in lui fiso
L'occhio tenean di spirti immensi cori
Tanti quanti non ha la terra fiori,
Ea baciare si gian viso con viso.
Dal sole eterno partiva un sorriso,
Che fea cresser agli angioli gli ardori,
Che abbracciati cantavano gli amori
Onde tutto è ripieno il Paradiso.
Cominciavano danza i cherubini
A guisa delle dolci anime amanti
E danze rispondeano i serafini,
Ed io cogli occhi del pensiero intenti
A quei mi stava abbracciamenti santi,
E pe'miei versi ne traea concenti
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SONETTO
Ecce tu pulcher et dilecte mi et decurus etc.
Quanto bello se'tu! di qual
celeste
Ineffabile lume ardono gli occhi,
Onde i miei si fan chiusi alle tempeste
Di questo mondo e da piacer son tocchi
Oh! quanto sante hai tu le labbra, e preste
A verità che al core avvien che scocchi;
E'immacolata la corporea veste
Al par di neve che candida, fiocchi.
Su fiori, figli dell'eterno aprile;
Giaceremo, cui nutre zeffiretto
D'odor di vita eccitator sottile
E l'innocenza a nostri giorni intenta
Sieda a custodia del florido letto,
Nè di serpe giammai fischio si senta.
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LA
NATIVITÀ
DEL SIGNORE
A riparar dell' uom
la colpa ria
L'aspettato ecco già figlio Divino.
La guancia accesa d'eterno rubino,
Dolce lo stava a contemplar Maria.
Oh ineffabil portento! Egli vagia
Per fare d' ogni lupo un agnellino,
Onde; il mortal più non si pieghi a inchino
Al serpente infernal che lo lambia
Come raggio di sol limpido e dolce,
Che trapassa pel vitreo sereno
Di conca cristallina, e non la molce,
Tal spuntò della verga il divin fiore,
Che forte trasse a riposar sul fieno
II suo da noi mal conosciuto amore.
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SULLA
MORTE
DI GESÙ CRISTO
Gesù appena il superno alzò
lamento
Tutto il creato di doglia si scosse,
Ed ogni estinto allor non sonnolento,
Ma atterrito negli occhi in piè rizzosse.
Tosto un angel dal ciel ratto si mosse,
E gridava in un suon pien di spavento,
Gridava all'atterrito orbe chi fosse
Colui che sovra il legno era già spento.
A tutti i Divi i crin rizzarsi in fronte.
E le guance immortali apparian smorte,
E i rai chiudean per non veder quell'onte.
Tutto il mondo a quel duolo era consorte
E par che si lamenti il piano, e il monte
Di servir di teatro a quella morte.
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LA
RISURREZIONE DEL SIGNORE
Cristo vestito di
superno lume
Surse dall'urna e diede a morte assalto.
Pien del potere onnipotente ed alto
Stette qual pianta di monte al cacume.
Angiol vestito di superne piume
E rivolto gridava altero, ed alto
Acceso il viso di fulmineo smalto,
E la pupilla accesa d'igneo fiume.
In ciel si fe più rilucente l'onda,
Si fe allegra fra i spirti ogni pupilla
Ed ogni crin si ceronò di fronda.
Di Dio la grazia non surge di vena.
Ed oltre il nostro dir profonda stilla,
Ed è profonda sì quanto è serena
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L'ASSUNZIONE
V'è la vergine assunta; ivan
redivano
Mille d'intorno a Lei spirti, e splendeano
E quanti raggi il sol vibra all'oceano
Tanti dal cielo ad incontrarla escivano,
E innanzi il Figlio suo, né fia che scrivano
I versi miei quale tra lor si feano
Accoglienze divine, onde si beano
Tutti gli angeli in ciel che le sentivano.
Steser le mani ad un abbraccio; e un giolito
Doppio si sparse, e un rituonar di cetere,
E un suono, e un canto, ed un splendore insolito.
A quegli amplessi nella terra stillano
Tali rugiade di piacer dall'etere
Che a guisa di lucenti astri scintillano.
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