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A SAN
DIONISIO
(Sonetto Improvvisato nel tempo dei terremoti, successi
in Zante nel dicembre 1820 e gennaio 1821).
O Dionisio, che, augusta
anima pura
Tieni di cantade i primi seggi,
Questa isoletta misera proteggi
Onde non la colpisca altra sciagura.
Popolata di pianti e di paura
Vedi ogni casa ed ogni via: sorreggi
La nostra mente, perché non vaneggi
Nel timor che si solva la natura.
Deh! tu t' accosta dell' eterno al trono
E lo prega onde l' isola non resti
Dell' ultima rovina in abbandono.
E se nulla risponde il tuo Signore,
Gli rammenta l' asilo che tu desti
Del tuo fratello al barbaro uccisore
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ZACINTO
Rise natura e surta
ecco Zacinto,
Dal bel seno dell' onde; ecco di mirti
Il crini incoronati eterei spirti
Scendon fuggiti dal venereo cinto.
Par di bellezza ogni suo loco avvinto;
Che non sursero qua squallidi ed irti
Colli a quel bel sorriso anche le sirti
D' erbe l' arduo dirupo hanno dipinto.
Giacquer le valli, alzar le teste i monti,
E su strati di rose, e d' amaranto
Mormorando spignean le linfe i fonti.
Elato surse alfin, che dall' altura
L' occhio scorrendo pel campestre ammanto
Possa veder quanto può far natura.
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IL
PENTIMENTO
E verranno a purgar
le vergognose
Tante brutture i pentimenti ond' ardo?
L' apre alfin il mio core all' amorose
Voci di Cristo, a cui la colpa è dardo.
Spesso chiuso nel manto, che gli pose
Già per ischerno il popolo bugiardo,
In vision m appare, e le nascose
Macchie antiche dell'alma spia col guardo
E dolce si lamenta a me con molta
Tenerezza e mi dice: e perché figlio.
E perché mi traffìggi un' altra volta?
Indi col braccio di pietade stanco
Mi rivela le piaghe onde vermiglio
E tutto quanto il benedetto fianco.
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A MARIA
Chi è Costei che a
piè del duro tronco
Trema, come al soffiar d' aura la frasca.
E dimostra che in cuor tanta ha burrasca
Che dolce dir puoi d' altra doglia il bronco?
Ahi ! ch'ogni accento al labbro smorto è monco,
Ond' è che il duol più fiero in sen le casca,
E l' occhio aspetta d' ogni lume cionco
Che morte nella faccia a Gesù nasca.
Questa è Maria, che guarda il Divin duca
Il Figlio suo, che la languida testa
Piega a mirare ove non è che luca.
Perché piegolla, e non la tenne forte?
Che in quell' atto in mirar la madre mesta
Sentissi in cuore raddoppiar la morte.
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SOPRA
BONAPARTE
Vidi l' umanità che
in seno stecca
Sentia di doglia, e si batteva l' anca.
Spesso al Tiranno alza la faccia bianca
Perché non trova alle ferite becca.
La midolle all' afflitta assai rimbecca
La doglia ed erge a lui la mano stanca
Poi gli mostra le piaghe ed ei la branca
Nelle piaghe le caccia e il sangue lecca.
Il cuor di febbre ardente gli tentenna
Di far del mondo di rovine massa
E spinge al mar dell'empietà l'antenna.
Rimorso l' indurata alma non ange
Che lo precede, ed il cimiero squassa
Il crudo re dell' infernal falange.
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INCORONAZIONE
DELLA BEATISSIMA VERGINE
L' almo figlio a Maria
una corona
Pose sull' immortal fronte sereno
E sentissi improvviso un inno ameno
Che le volte del ciel tutto rintrona.
Mentre di Dio la Madre s' incorona
Vivissimo da lui parte un baleno
Che ogni angelico viso arde, ogni seno
Sicché l' inno più estatico risuona.
Mentre Ella incede uscian tali splendori
E sì forti da Lei che de' superni
Più vaghi se ne fean gl' immensi cori.
Sul trono umile la vergine ascende,
Stan muti di stupor i colli eterni
E ogni pupilla in lui s' affisa e pende.
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A
LORD GUILFORD
Addio se parti, et mentre
in mar tu sali
Tu vera speme della nostra gente
Spesso rivolgerai nella tua mente
I disegni per noi, magni e regali.
Veggio innanzi volar sull' immortali
Penne di Grecia il genio rilucente
E andar nella tua nave obbediente
Di retro al guidator fischio dell' ali.
Ecco intanto del mar 1'onda imbrunirsi
E a te intorno allegre tutte in volto
Tutte dell'Odissea l' ombre affollarsi,
E innanzi a tutte collo sguardo arguto
Il Re, da cui non so se fia rivolto
Al gran genio od a Te primo il saluto.
Sub umbra
ilius quem desideraveram vedi etc.
All' ombra alfìn della bramata
frasca
E lunge io son dalle mondane mura
Dalla cui perigliosa e negra altura
L'alma alla strada del peccato casca.
Sento l' aura onde avvien che il cuor si pasca
Nell' intatto splendor della verzura
Che alla terrestre tenebria lo fura
E fa che in esso eterna luce nasca.
Il so che Cristo in su quest'ombra a regno
Che invisibile intorno mi s' aggira
E mi dà forza di non basso ingegno
Sempre quest'ombra avrà il pensier per tema
Mentre questa il pensoso occhio rimira
Non mi piange, più il cuor e non mi trema.
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LA
CADUTA DI LUCIFERO
Cade il superbo, ed
apre spesso e serra
L' ala annerita e nel calar giù romba,
Cade alfine e gli fa perpetua tomba
Il rio squallor della dannata terra.
Appena giunse il demone sotterra
Col fragor di che spinge il vol la bomba
Surse e cantò fra gl' angeli una tromba
L' accadimento dell'infame guerra.
Giace quell' empio e i suoi pensieri a frotta
Del passato gioir gli parlano forte
E accrescono l' orrore della sua rotta,
Fra l' eterno tacer grida con tutta
La possa, chiama la seconda morte
Ma invano che il cieli gli eternerà la lutta.
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